Una visione
“Itaca ti ha dato il bel viaggio;
senza di lei, mai ti saresti messo sulla via.
Nulla di più ha da darti.“
La vedi dalla Severina, Itaca. Lungo una lastra liscia di calcare, perfetta, che sembra affettata dal fianco della montagna e lasciata al sole ad asciugare. Era da lì che con Diego, nelle giornate di supporto alla chiodatura di Rolando Larcher, Zio Tibia a.k.a. Marco Curti & co. perdevamo lo sguardo, rapiti da quel muro sospeso tra i crinali scoscesi che dominano la gola del Mingardo.
Le fantasie degli scalatori, si sa, corrono veloci, ma tra il dire e il fare ci sono volute lunghe giornate di avvicinamento assieme all’amico Marco Simonetti con cui decisi che era il momento di raggiungerla.
L’illusione dell’inesplorato
Sulla carta sembrava logico e pratico.
Non sapendo come approcciare la parete dal basso — troppo ripida, troppo soggetta alle frane sulla statale — abbiamo scelto l’approccio dall’alto, lungo la cresta occidentale della coda del Monte Bulgheria che, a metà dello sviluppo, intercetta il sentiero della Tragara all’altezza dell’epitaffio e scende dritta fino alla sommità della placca.
Avevamo già potuto notare dei dirupi lungo la cresta ma la prospettiva falsava un po’ le inclinazioni e non sapevamo bene cosa aspettarci: una corda, dei tasselli, un trapano ed un martello ci sarebbero stati utili per superare dei tratti impervi e raggiungere la parete in giornata.
Calate, corde fisse, zaini pesanti e sudore. Scendevamo decisi fino a che il baratro non ci sbarrava la strada. Attrezzavamo la sosta e giù con una fissa fino a toccare terra.
Scendendo, la montagna non ha mancato di servirci sorprese: Alcuni spit con moschettoni “d’epoca”, una vecchia sosta che, dopo aver ribattuto ci ha permesso di continuare la discesa.
C’è una certa presunzione nel termine ‘scoperta’ parlando di falesie. Anche se si trovano in luoghi remoti e alle volte difficile da scorgere da prospettive comuni, restano pareti esposte alla luce del sole, non rovine sotterrate da riportare alla luce. Attribuirsi il merito di averle trovate ignorando il divario tra la lunghezza della vita umana e quella della pietra è, a mio avviso, del tutto insensato.
Di fatti era passato di lì il mitico Pino Tartagni, alpinista lombardo vissuto a Celle di Bulgheria, primo tra tutti ad aver salito i muri più ripidi della montagna omonima, o comunque il primo di cui si trovi traccia.
Rincuorati di questo incontro su piani sfalsati del tempo, abbiamo continuato a calare corde, attrezzare manovre, superare baratri per poi risalire su in serata, rientrare a casa per riposare e portare nuovo materiale per continuare l’approccio.
Ci sono voluti tre giorni!
L’ultimo di questi, a pochi passi dal nostro obiettivo, ci fermiamo stanchi e disidratati a riposare sotto l’ultimo precipizio e notiamo che il tornante della statale che ci ha condotti al sentiero della Tragara (parecchio più su) non è poi così tanto lontano.
La beffa del destino (e di un tornante)
Assetati, chiamo Diego Errico per un rifornimento d’acqua. Pensavamo che dalla statale riuscisse a scendere a piedi nella macchia e raggiungere la parete sottostante da cui avremmo tirato su l’acqua con una corda.
Il destino ha un senso dell’umorismo tutto suo.
Mentre eravamo stesi sulle rocce a recuperare energie, dopo aver sudato l’anima per tutto la giornata, vediamo apparire gli amici Diego Errico e Carmine Cavaliere. Non arrivavano certo dal sentiero della Tragara, né dai dirupi sottostanti. Erano saliti…in cinque minuti dal fianco della parete che degrada verso il suddetto tornante!
Un vecchio canalino attrezzato (probabilmente da rocciatori anni prima) sbucava esattamente dove eravamo noi.
Potete immaginare le nostre facce: tre giorni di calate e tuffi selvaggi nella macchia contro cinque minuti di camminata “comoda” e protetta da una ferratina.
Lo Specchio dei Filadelfi
Da quella “beffa” è nata però una meraviglia. Quel canale ci ha permesso di tornare più volte per dare vita a “Viaggio ad Itaca”, un nome che celebra proprio l’odissea che abbiamo vissuto con Marco per trovarla.
Quel luogo sospeso a mezz’aria, incastrato tra il mormorio del fiume Mingardo ed i precipizi del Bulgheria è stato battezzato “Lo Specchio dei Filadelfi”, omaggio alla società segreta dei Filadelfi che, in epoca Borbonica, promosse i moti del Cilento del 1828 guidati dal canonico Antonio Maria De Luca, e che vide coinvolti i paesi di Bosco e Celle di Bulgheria.
I moti del Cilento del 1828 su wikipedia.
Nota tecnica per i lettori
Oggi l’avvicinamento è cambiato. Il vecchio cordone del canalino, rovinato da un incendio, è stato rimosso per sicurezza. La salita attuale procede dal fianco del costone, superando il canalino sulla sinistra, ed è attrezzata con catene (segni blu).
Per la relazione e le info necessarie, vi rimando al blog di RocciaCilento, curato da Diego, dove troverete notizie accurate riguardo l’avvicinamento e lo sviluppo della via:
Lo specchio ed il viaggio ad Itaca
Se ci andrete, ricordatevi che ogni via ha una storia.
La nostra parla di sete, del “viaggio” che ci ha donato lo “Specchio” senza cui non ci saremmo messi in cammino e di quanto, a volte, la bellezza più pura sia proprio lì, dietro l’angolo.
Ringrazio IAMAS e Paradigma per il continuo supporto nelle attività.
Se vuoi conoscere la mia storia, clicca qui.
Itaca di Costantino Kavafis
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell’irato Poseidone incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta;
più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio;
senza di lei, mai ti saresti messo sulla via.
Nulla di più ha da darti.E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.(Traduzione di Margherita Dalmàti e Nelo Risi)
















